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21 Giugno 2026

Quando il rischio diventa spettacolo: riflessioni sul free solo

Un dialogo che intreccia ricordi di solitarie negli anni Ottanta, luoghi come Monte Morra e il Gran Sasso, e la riflessione sulla trasformazione del rischio in prodotto mediatico. Una lettura che indaga paura, perfezionismo e responsabilità sociale.

Quando il rischio diventa spettacolo: riflessioni sul free solo

Il free solo è un gesto che pone il corpo e la mente sul crinale tra controllo e azzardo. In questo articolo si ricostruisce il tema partendo da un racconto personale e dall’osservazione psicologica: il confronto mette in luce come il rischio privato possa diventare spettacolo pubblico e quali siano le implicazioni di questa trasformazione.

Il testo si fonda su testimonianze dirette e su fatti storici legati a luoghi e pratiche dell’arrampicata italiana degli anni di formazione: un quadro che aiuta a distinguere l’esperienza intima della solitaria dalla sua riproposizione mediatica.

Il contesto storico: le solitarie negli anni di formazione

Negli inizi degli anni Ottanta l’arrampicata in Italia era ancora molto legata all’alpinismo tradizionale: la pratica del free solo veniva talvolta usata come metodo di allenamento e non come prodotto da vendere. «Sì. Ho vissuto un periodo intenso di solitarie da ragazzo.» è la confessione di chi quegli anni li ha vissuti direttamente. L’avvio personale alla scalata risale al 1979 per molti praticanti romani che frequentavano falesie come Monte Morra e che si ispiravano a figure locali, riferimenti tecnici e a esperienze sulle pareti dolomitiche del Piz Ciavazes.

Per prepararsi alle grandi pareti di 800 o 1000 metri, come la Nord-ovest del Civetta o la Sud della Marmoladasi racconta di allenamenti ripetuti per accumulare metri di dislivello: a volte si parlava di 2000 metri in un giorno, alternando vie di 60 e 70 metri per accumulare esperienza e resistenza senza uso sistematico della corda. In quel contesto la solitaria era spesso un atto personale, non una performance pensata per la platea.

Allenamenti e compagni di cordata

Il metodo di allenamento descritto prevedeva ripetizioni continue: salite e discese su vie note, con un conteggio delle ripetizioni su foglietti che scandivano il volume settimanale. I nomi di compagni e compagne di quel periodo restano parte del tessuto sociale di quelle falesie: ricorrono persone come Roberto Ciatoi fratelli Giuseppe e Roberto Barberi e altri compagni di cordata. L’esperienza collettiva ha contribuito a un’annata di imprese che, pur segnate da qualche tragedia — come l’incidente mortale di Beppe Albinio sulla parete nord dell’Agner —, è ricordata anche per una sorprendente frequenza di ritorni sani dalle pareti.

Psicologia del limite: paura, perfezionismo e responsabilità

Dal punto di vista psicologico, il free solo interroga l’intreccio tra emozione e performance. Per molti praticanti la paura non scompare: resta come presenza costante che però può essere gestita dall’azione stessa. L’essere in parete impone un’attenzione totale al presente: il piede e la mano devono trovare il loro posto, e ogni spostamento diventa un esercizio di lucidità. Allo stesso tempo emerge il ruolo del perfezionismo come motore: più che pura ricerca di adrenalina, spesso si tratta di un bisogno di dimostrare qualcosa a se stessi o al proprio contesto sociale.

L’incontro con pratiche psicoterapeutiche può segnare una svolta. Casi di arrampicatori che, dopo aver lavorato con una psicologa, hanno riferito di aver trovato nuove strategie per gestire la paura e il corpo, mostrano come l’allenamento mentale possa accompagnare quello fisico. Il lavoro terapeutico ha trasformato esperienze improvvisate in pratiche più consapevoli, introducendo tecniche di regolazione emotiva e di stabilità personale.

Il nodo della spettacolarizzazione

Un elemento centrale della riflessione è la trasformazione del rischio in prodotto mediatico. Quando la scalata diventa immagine ripresa, montata e distribuita, cambia la natura del gesto: da prova esistenziale si trasforma in contenuto da consumare. Questo processo crea ambivalenze etiche perché la scena filmata può spingere all’emulazione da parte di persone non adeguatamente preparate, con conseguenze talvolta tragiche. Di fronte a questa dinamica, alcuni arrampicatori di generazioni precedenti hanno espresso perplessità: evocano il rischio di rendere mito ciò che per sua natura è profondamente personale.

La responsabilità morale entra così in gioco: non si tratta solo della libertà individuale di affrontare il rischio, ma della consapevolezza delle ripercussioni sociali di un atto esposto. L’idea che la vita «debba andare avanti» dopo un’impresa estrema è parte della riflessione di chi, rivedendo le proprie scelte, riconosce il valore delle relazioni e della quotidianità rispetto alla notorietà ottenuta con una singola performance.

La domanda conclusiva che rimane sospesa è semplice e potente: cosa cerchiamo quando ci identifichiamo con chi rischia la vita per uno spettacolo? Forse la risposta sta nello sguardo rivolto dentro di noi, dove la sfida autentica non è esibire il coraggio, ma comprendere il significato del rischio nella nostra esistenza e la responsabilità verso gli altri.

Autore

Marco Tessari

Marco Tessari, giornalista trentino specializzato in sport invernali e montagna, segue da anni Coppa del Mondo di sci, Olimpiadi invernali e alpinismo; racconta gare, atleti e cultura della montagna con competenza tecnica e passione per le terre alte.