Il dibattito pubblico italiano è tornato ad accendersi sul tema dell’energia: da un lato la recente approvazione alla Camera della legge delega sull’energia nucleare e, dall’altro, la proposta di convocare un nuovo referendum per dire no al rilancio dell’atomo e sì a una forte espansione delle energie rinnovabili. La questione combina elementi tecnici, politici e territoriali che meritano di essere ricapitolati con rigore.
Negli ultimi giorni il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Il testo passa ora al Senato e, in caso di via libera, il governo avrebbe un anno per tradurre la delega in norme attuative. Nel confronto pubblico emergono numeri concreti sull’assetto dei rifiuti radioattivi, le ipotesi tecnologiche e le dotazioni finanziarie per i primi anni dei progetti.
Inventario rifiuti e siti citati: i dati dell’Ispettorato
L’Ispettorato Nazionale per la sicurezza Nucleare e la Radioprotezione segnala un inventario complessivo di circa 78.000 metri cubi di rifiuti radioattivi temporaneamente stoccati in numerosi depositi sul territorio italiano. Gran parte di quel materiale proviene dallo smantellamento di vecchi impianti, con contributi significativi dal sito di Caorso e da Saluggia. Questo dato rimanda alla questione irrisolta della gestione definitiva delle scorie e alla difficoltà di individuare un sito condiviso: la cosiddetta candidatura spontanea di Comuni disponibili a ospitare depositi rimane in larga misura assente.
Il punto sulle responsabilità e sulle scelte industriali
Negli ultimi mesi è stata affidata a Nuclitalia — partecipata da EnelAnsaldo Energia e Leonardo — l’analisi delle tecnologie più avanzate e delle opportunità di mercato per piccoli reattori modulari. L’Agenzia Internazionale dell’Energia segnala che un singolo SMR da 300 MW può costare tra 1,2 e 3 miliardi di dollari cifre che le forze politiche devono mettere a confronto con le alternative rinnovabili.
Finanziamenti previsti e ostacoli all’accettazione sul territorio
Per avviare i progetti nucleari è prevista una prima dotazione economica: circa 20 milioni di euro all’anno per il periodo 2027-2029 cui si aggiungono 7,5 milioni di euro dedicati ad attività di comunicazione e formazione. Queste risorse sono modeste rispetto ai costi industriali stimati, ma mirano a creare un quadro iniziale di studio e informazione.
Resta il problema politico: pochi enti locali si dichiarano disponibili ad ospitare impianti o depositi di scorie. Anche quando rappresentanti del mondo industriale, come il presidente di Confindustria Emanuele Orsini affermano che «molte aziende sono pronte a ospitare gli SMR», manca un elenco verificabile di realtà locali disponibili. Sul fronte istituzionale, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di un Paese «pronto ad adottare il nucleare sostenibile», indicando che le tecnologie a cui si punta — sempre a fissione — saranno adottate «all’inizio del prossimo decennio», parola che alcuni esperti mettono in discussione.
La voce politica e la proposta referendaria
Dal palco del Festival dell’economia di Trento il ministro dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha evocato l’ipotesi di un referendum sul nucleare, definendolo una sfida inevitabile. Di fronte a questa prospettiva, chi propone la consultazione popolare vuole che il tema venga deciso direttamente dagli elettori, ponendo in alternativa il ripristino degli investimenti atomici modulari e un piano nazionale per accelerare solare, eolico e accumuli.
Il quadro è quindi sostanziale: esistono dati tecnici consolidati, decisioni parlamentari concrete e risorse finanziarie iniziali; mancano però soluzioni condivise per lo stoccaggio delle scorie, indicazioni chiare sui siti e una valutazione comparata dei costi e dei benefici rispetto alle energie rinnovabili. Questo spiega la richiesta di molti attori di riportare la scelta finale al corpo elettorale, attraverso una consultazione che metta a confronto opzioni diverse ma concretamente valutabili.
In questa fase, proporre un referendum significa chiedere agli italiani se vogliono impegnare risorse e territorio nell’avventura degli SMR o concentrarsi su una rapida espansione delle fonti pulite, tenendo conto dei dati sull’inventario di rifiuti, delle stime di costo e dei limiti di accettazione territoriale. È una scelta che combina sicurezza, economia e accettazione sociale, e che richiede un dibattito pubblico fondato sui fatti.



