Il disegno di legge 1552 (ddl Malan) è approdato in aula al Senato per l’avvio della discussione generale, un passaggio che ha riportato al centro del dibattito pubblico la riforma delle norme sulla caccia. La proposta, che interviene sulla legge 157/92viene percepita da molti come una svolta che sposta l’attenzione dalla protezione alla gestione venatoria, con ripercussioni sulla governance della fauna selvatica e sulla partecipazione degli enti scientifici.
La mobilitazione contro il testo è trasversale: partiti di opposizione, associazioni ambientaliste e rappresentanti di organizzazioni montane hanno espresso forte contrarietà, usando anche slogan come “riforma sparatutto” per sintetizzare il loro dissenso. Al contempo la maggioranza che sostiene il provvedimento sostiene la necessità di riformare le regole esistenti.
Critiche del Club Alpino Italiano e il ruolo degli enti tecnico-scientifici
Il Club Alpino Italiano (CAI)tramite la sua Commissione Centrale per la Tutela Ambiente Montano (CCTAM)ha espresso preoccupazione per l’impianto del ddl. Secondo Mario Vaccarella, delegato alle tematiche ambientali del Comitato Direttivo Centrale del CAI, il testo «è molto lontano dagli obiettivi di tutela della biodiversità» e rischia di contraddire gli sforzi per il ripristino ambientale attuati in linea con regolamenti sovranazionali.
Un punto centrale della contestazione riguarda il trattamento delle valutazioni tecniche: il ddl, come denunciato dal CAI, tende a ridurre l’incidenza vincolante dei pareri di organismi come ISPRA e a trasferire competenze pratiche a soggetti che non dispongono di adeguate capacità scientifiche. Questo cambiamento, secondo gli oppositori, potrebbe portare a decisioni sul calendario venatoriosulle quote di prelievo e sulle modalità di intervento senza solide basi scientifiche.
Protezione contro gestione: il nodo terminologico
La sostituzione del termine protezione con gestione all’interno del quadro normativo è considerata dal CAI e dalle associazioni come un cambio di paradigma. Quando la caccia viene presentata come strumento di sviluppo territoriale, avvertono gli oppositori, aumenta il rischio che le logiche economiche prevalgano su quelle di tutela e conservazione.
Reazioni politiche, simboli e campagne associative
La dialettica politica è infiammata. Figure istituzionali e leader di partito hanno preso posizioni nette: la segretaria del PD Elly Schlein ha definito il ddl con parole forti («Il DDL sulla caccia è incostituzionale e va ritirato»), mentre l’onorevole Maria Vittoria Brambilla ha evocato la possibilità di un referendum abrogativo in caso di approvazione. Queste dichiarazioni alimentano uno scontro parlamentare che va oltre il merito tecnico della riforma.
Sul piano simbolico si è inserita anche la Regione Piemonte: il presidente Alberto Cirio ha donato al Consiglio regionale un peluche raffigurante lo stambeccogesto interpretato come richiamo alla necessità di mantenere tutele per specie che restano delicate nonostante il recupero demografico. La vicenda dello stambecco, che era stato incluso per un breve periodo nella lista delle specie cacciabili e poi escluso dopo proteste, ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica.
Le associazioni di tutela animale e ambientale — tra cui EnpaLegambienteLipu e WWF Italia — hanno promosso la campagna social #iomioppongodenunciando quello che definiscono «il più grave attentato dei nostri tempi alla natura» e mettendo in guardia contro rischi di prelievo eccessivo e di sconfinamento nelle aree protette.
Interventi istituzionali e sensibilità morale
Tra le iniziative di mobilitazione, la Lipu ha deciso di sensibilizzare anche esponenti religiosi, portando all’attenzione del Pontefice la preoccupazione per la tutela del creato. La risposta della Segreteria di Stato vaticana — pur mantenendo toni neutrali — ha ribadito l’importanza della protezione dell’ambiente quale questione sociale e morale, sottolineando come tali temi possano influenzare le scelte responsabili in ambito legislativo.
Nel dibattito emergono richiami culturali e storici: il comunicato del CAI cita la biologa Rachel Carson e la sua espressione “primavere silenziose” come monito contro una perdita di biodiversità che produrrebbe un impoverimento irrimediabile dell’ambiente sonoro e naturale delle future generazioni.
Il confronto in Senato proseguirà con l’analisi degli emendamenti e la verifica delle posizioni politiche. Rimane aperta la questione di quale equilibrio verrà trovato tra interessi venatori, esigenze agricole, valutazioni scientifiche e impegni di conservazione che, per associazioni come il CAI, rappresentano un patrimonio da salvaguardare per chi verrà dopo di noi.



