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24 Giugno 2026

Rilettura di Il cielo sopra l’Everest: tormenti, rifiuti e ambizione

Un'analisi del romanzo di David Lagercrantz che mescola finzione e riferimenti alla tragedia del 1996 sull'Everest, con attenzione al problema dei rifiuti al Colle Sud e all'immagine delle spedizioni commerciali.

Rilettura di Il cielo sopra l'Everest: tormenti, rifiuti e ambizione

Mi trovavo nella piscina del circolo sportivo territorio abituale di letture estive e riflessioni lente, quando ho deciso di affrontare un romanzo che parla di alta quota. La scelta non era casuale: il libro in questione è Il cielo sopra l’Everest di David Lagercrantz pubblicato in italiano da Marsilio Editori nella edizione di Venezia del 2018, e già apparso originariamente nel 2005.

In questa rilettura l’autore della recensione, Carlo Crovella pone l’accento su due nuclei tematici: la rievocazione, pur romanzata, della tragedia del 1996 e la rappresentazione delle condizioni fisiche e ambientali che affliggono chi tenta la conquista del “tetto del mondo”. Il testo mescola dettagli realistici e scelte narrative che inducono a riflettere sulle conseguenze dell’alpinismo commerciale.

Rievocazione della tragedia del 1996 e critica alle spedizioni commerciali

Il romanzo trae spunto libero dalla catena di eventi che nel 1996 trasformarono l’Everest in teatro di morte e polemiche. Nell’opera la tempesta e le sue conseguenze vengono descritte con toni tali da evidenziare il lato spettacolare e, per certi versi, il lato “circo” delle spedizioni moderne: tante presenze, pressioni di calendario e un forte desiderio di riuscita personale che spesso prende il sopravvento sulle valutazioni di sicurezza.

La critica che emerge con chiarezza è rivolta alle dinamiche che portano un gran numero di persone in cima con fini non sempre legati alla pura esperienza alpinistica: l’autore della recensione osserva come, per molti, la scalata assuma valenza di performance pubblica e mezzo per accrescere status nella vita quotidiana. Tale osservazione non è solo morale ma ha conseguenze pratiche sulla gestione delle emergenze e sulla solidarietà in quota.

Comportamenti e priorità in vetta

Nelle pagine si vede spesso come chi raggiunge la cima sia esausto, privo di lucidità e con immagini offuscate del paesaggio circostante; il risultato è che la vetta smette di essere una conquista condivisa e diventa un punto di arrivo individuale, con tutte le distorsioni che questo comporta nelle dinamiche di squadra e nella presa di decisione in situazioni critiche.

L’inquinamento al Campo 4, il Colle Sud e la rappresentazione dell’ambiente

Un elemento che anticipa discorsi poi diventati centrali nella cronaca dell’Everest è la presenza di rifiuti e scarti ai punti alti della montagna. Nel romanzo è citato il problema al Campo 4 situato al Colle Sud dove l’accumulo di materiale testimonia la pressione esercitata da spedizioni numerose. Questa scelta narrativa del 2005 si rivela profetica rispetto alle successive denunce sull’inquinamento in quota.

La rappresentazione dell’ambiente non è soltanto dipinto paesaggistico: diventa elemento che denuncia un cambiamento di scala nell’alpinismo. Il lettore è portato a considerare che la montagna, anche il “tetto del mondo” non sia immune alle dinamiche di sfruttamento e abbandono quando l’accesso diventa massificato.

Salute, degradazione fisica e abbandono dei morenti

Altro aspetto doloroso ricorrente nella narrazione riguarda le condizioni fisiche degli alpinisti: mal di testa intensi, vomito, dispersione di sangue, congelamenti. Il romanzo mostra scene in cui scalatori collassano e intorno a loro c’è consapevolezza dell’impotenza: spesso i moribondi vengono lasciati nelle tende o lungo la via perché la realtà della spedizione non consente salvataggi efficaci. Questa rappresentazione mette insieme problemi medici concreti e scelte etiche difficili.

La severità fisica descritta non è romantica: è pragmatica e brutale, suggerendo che il prezzo pagato dal corpo non è compatibile con la mitologia dell’eroismo che spesso avvolge certe imprese.

La recensione di Carlo Crovella pubblicata su GognaBlog accompagna il lettore in queste riflessioni, collocando il romanzo di Lagercrantz in una tradizione di opere che, pur essendo di narrativa, servono da spunto per analizzare trasformazioni reali dell’alpinismo contemporaneo. La lettura consigliata dalla riva della piscina del circolo sportivo si trasforma così in uno specchio: il romanzo intrattiene ma lascia anche l’amaro in bocca per la perdita di certe qualità originarie della scalata.

Nel complesso, Il cielo sopra l’Everest rimane un testo accessibile, non un capolavoro inderogabile, ma significativo per chi vuol guardare oltre la foto in vetta e riflettere sulle conseguenze dell’industria della montagna e dell’accesso di massa ai luoghi estremi.

Autore

Alessandro Tassinari

Alessandro Tassinari, torinese con passaporto pieno di timbri, riscrisse un percorso alpino dopo un incontro al Rifugio Garelli: oggi cura storie di viaggio in chiave narrativa. In redazione predilige longform, sostiene l'attenzione al paesaggio e conserva un taccuino logoro con mappe disegnate a mano.