Reportage sulle località sciistiche vuote: il progetto di REFE

Un collettivo torinese ha fotografato le località sciistiche vuote per mostrare l’effetto del Decreto Natale e la trasformazione del turismo alpino

In una stagione in cui le piste sono generalmente affollate, il collettivo torinese REFE ha scelto di leggere la montagna in chiave diversa: lontano dalla folla e vicino alle storie rimaste. Il progetto, intitolato Un silenzio autentico, esplora come siano mutate ambienti, attività e atmosfere nelle località che solitamente si riempiono durante il periodo natalizio. I fotografi hanno documentato vallate e funivie in stato di sospensione per restituire una visione intima e inedita della montagna contemporanea.

Il reportage si concentra su alcune stazioni tra Piemonte e Valle d’Aosta — Pila, Cervinia, Bardonecchia, Sestriere e Sauze d’Oulx — e mette in luce il contrasto tra le architetture sportive e l’assenza di pubblico. In questo contesto, la fotografia diventa strumento di indagine sociale: non solo immagini, ma testimonianze che raccontano il lavoro sospeso, le opportunità perdute e la resilienza quotidiana di chi è rimasto.

Il progetto e il suo approccio

Il lavoro nasce dall’osservazione diretta e da una domanda semplice: come appaiono le località sciistiche quando manca la consueta presenza turistica? Per rispondere, i cinque membri del collettivo — Alessandro De Bellis, Luca Farinet, Luigi Greco, Matteo Montenero e Nicolò Nastasia — hanno circoscritto il campo d’azione a luoghi che rappresentano diversi aspetti del sistema montano, dalle piste ai centri commerciali stagionali. L’intento non è sensazionalistico: si tratta di cogliere un tempo sospeso e di restituirlo con sguardo documentaristico.

Il collettivo REFE

REFE opera con un approccio collaborativo, dove la fotografia è usata come chiave interpretativa della realtà sociale. Gli autori hanno privilegiato immagini con pochi soggetti umani, spesso piccoli rispetto alla scala delle infrastrutture, per sottolineare la dimensione di vuoto e di attesa. Questo uso del linguaggio visivo mette in evidenza elementi che in condizioni normali passerebbero inosservati: file di seggiovie immobili, vetrine spente, insegne di alberghi chiusi.

La voce delle comunità e i piccoli testimoni

Nelle serie fotografiche emergono voci di lavoratori che hanno vissuto la stagione in modo frammentato. Un esempio è la testimonianza di G., proprietario di un negozio di sci a Sestriere, che ricorda come gran parte del fatturato dipenda dal turismo estero. Accanto ai commercianti ci sono i professionisti della montagna — maestri di sci, guide alpine e gestori degli impianti — che si trovano ad affrontare un periodo di forte contrazione dell’attività. Le immagini catturano questi protagonisti in momenti di attesa e adattamento.

Ritratti di resilienza

Non mancano scene di chi prova a reinventare la propria quotidianità: alcuni maestri e atleti continuano ad allenarsi, altri praticano sci alpinismo o escursioni con le ciaspole. Il reportage documenta anche episodi di sperimentazione informale, come snowboarder che costruiscono piccoli percorsi per i salti in assenza di strutture ufficiali. Una figura ricorrente è B., una ragazza britannica a Cervinia, arrivata per lavoro in una struttura poi non aperta: il suo racconto sintetizza il paradosso di chi è presente ma non può esercitare la propria attività.

Impatto economico e segnali digitali

Il quadro fotografico è affiancato da dati che spiegano la portata della crisi: il turismo alpino è un settore che in condizioni normali impiega circa 400.000 persone e genera un fatturato tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Le restrizioni legate al Decreto Natale (in vigore dal 24 dicembre 2026 al 6 gennaio 2026) e le chiusure ripetute hanno causato una riduzione del fatturato stimata intorno al 70%, con una perdita complessiva di circa 8,5 miliardi. Questi numeri aiutano a leggere le fotografie non solo come immagini isolate, ma come indici di una ferita economica profonda.

Tendenze e comportamento online

Un elemento interessante è la reazione degli appassionati: le ricerche online per termini come sci alpinismo sono aumentate notevolmente — fino a un +500% secondo alcuni indicatori di trend — e anche le query correlate alle ciaspole hanno registrato picchi significativi. Questi segnali digitali dimostrano un cambiamento nelle pratiche sportive e nelle preferenze di fruizione della montagna, anche se non compensano le perdite del settore turistico complessivo.

Il reportage di REFE offre quindi una doppia lettura: da una parte documenta la desolazione visiva delle stazioni sciistiche; dall’altra arricchisce la narrazione con testimonianze e dati che spiegano cause e conseguenze. Le immagini rimandano a un’idea di autenticità che non riguarda solo la solitudine degli spazi, ma anche la necessità di ripensare il rapporto tra montagna, sport e comunità. Il desiderio di tornare a vivere la montagna è chiaro: non solo per il divertimento e la condivisione, ma anche per il lavoro e la vita sociale che animano quei luoghi.

Scritto da Marco Pellegrini

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