Lionel Daudet ha trasformato un’idea apparentemente folle in un progetto coerente: seguire, passo dopo passo, la linea amministrativa che delimita la Francia, combinando cammino, bicicletta, kayak e vela. Il punto di partenza simbolico fu il Monte Bianco il 10 agosto 2011e la conclusione avvenne dopo più di un anno di viaggio, nel corso del novembre 2012con la stessa vetta come segno di chiusura. Questo itinerario, pensato senza l’uso di mezzi motorizzati, è noto come Dodtour.
La scelta di rispettare «esattamente» la linea di confine imponeva regole ferree: rimanere vicini ai punti segnati, aggirare solo quando la geografia o la sicurezza lo richiedevano e alternare discipline diverse per adattarsi ai territori attraversati. Il progetto unisce alpinismo di alta quotatraversate lacustri, remate costiere e lunghi tratti in mountain bike, rendendo il Dodtour un esperimento multidisciplinare e al contempo una riflessione sui concetti di frontiera e continuità territoriale.
Il progetto e il percorso: dalle creste del Monte Bianco ai Pirenei
Il cuore del progetto era la volontà di seguire il confine francese nelle sue molteplici manifestazioni: dalle alte creste alpine fino alle coste oceaniche e del Mediterraneo. Dopo un primo test nelle Hautes-Alpes nel 2007Lionel ampliò il raggio d’azione fino a collegare le catene delle Alpi e dei Pireneiinsieme alle coste e ai grandi corsi d’acqua di frontiera. La traversata delle montagne richiese passaggi tecnici sulle creste e salti di quota continui: l’attraversamento dello spartiacque alpino e delle dorsali montuose impose spesso fasi di vera e propria alpinismo, non semplici camminate.
Elementi geografici e modalità di progressione
Nel segmento alpino, la linea di confine obbligava a passare per gole, valichi e creste che richiedono esperienza e attrezzatura da montagna. Nei tratti d’acqua, il progetto privilegiò la propulsione umana o eolica: lunghe remate sul Lago di Ginevratratte del Reno in kayak biposto e traversate a vela per raggiungere punti estremi come Ouessant sulla costa atlantica. La combinazione di mezzi (cammino, mountain bikekayakvela) è stata pensata per mantenere l’imperativo del «senza motore» e allo stesso tempo per adattarsi alle condizioni locali.
Difficoltà pratiche e incidenti verificati
Il rispetto rigoroso della linea di confine non era un capriccio: significava confrontarsi ogni giorno con ostacoli concreti. Fili spinati, recinzioni, proprietà private e zone militari hanno spesso costretto a deviazioni minime ma ripetute. In montagna il rischio meteorologico è stato costante: nevicate, vento e accumuli hanno fermato la progressione in più occasioni, imponendo attese prolungate sui valichi.
Il peso della storia e gli imprevisti fisici
Il percorso ha messo in luce anche aspetti storici e antropici del confine: enclave, segnaletica anomala e residui di conflitti che segnano paesaggi e pratiche territoriali. Sul piano personale, Lionel ha affrontato condizioni estreme; ricordiamo che in febbraio 2002 subì l’amputazione di otto dita dei piedi a seguito di congelamento dopo giorni su una parete del Cervinoevento che ha influito sulle scelte successive, spingendolo a privilegiare progetti che uniscono mare e montagna e che mantengono un rapporto diretto con il territorio.
Compagnia, reti e significato del Dodtour
Il Dodtour non fu un’impresa solitaria in senso assoluto: sebbene Lionel conservi una forte propensione all’autonomia, al progetto parteciparono amici alpinisti, rematori e marinai che presero a turno parti di percorso tecniche, come traverse in cresta o giornate di remata sul Reno. La presenza di supporto logístico e di compagni di tappa ha trasformato il Dodtour in un lavoro di rete che ha coinvolto comunità locali e praticanti di diverse discipline.
Oltre al profilo sportivo e geografico, il progetto ha anche una dimensione simbolica e politica: mettere in fila i confini significa raccontare secoli di storia, guerre e scelte diplomatiche che hanno lasciato tracce nel paesaggio. Per l’autore, percorrere la linea rappresentava un modo per mettere in discussione l’idea stessa di frontiera e per proporre un’esperienza che combina fatica, rischio e conoscenza diretta del territorio.
Il Dodtour è quindi un esempio di come un’impresa personale possa diventare una lente per osservare paesaggi, storie e rapporti umani, mantenendo al centro l’avventura senza motori e la capacità di adattamento ai diversi ambienti attraversati.



