Raccontare la montagna: l’opera e il pensiero di Fredo Valla

Fredo Valla racconta montagne, memorie e comunità con uno sguardo che privilegia ascolto e quotidianità

Fredo Valla è prima di tutto un narratore di luoghi: regista, sceneggiatore, documentarista e giornalista che ha fatto dell’ascolto come pratica il cuore del suo lavoro. Le sue storie non sono esercizi formali, ma tentativi misurati di restituire la vita quotidiana delle comunità alpine, le lingue minacciate e le memorie che abitano i paesaggi. Questo approccio lo colloca più vicino a chi vive la montagna che a chi la osserva da lontano. Nel suo racconto la parola chiave è presenza: stare nei luoghi, camminare, fermarsi, dialogare con chi resta e con chi ritorna.

La sua quotidianità a Ostana, dove cura un orto a 1.350 metri, è emblematico del suo metodo: la montagna come condizione, non come semplice soggetto. La pratica dello scialpinismo e le lunghe camminate accompagnano una produzione artistica che attraversa film, reportage, installazioni e pagine di riviste. Collaborazioni importanti, come quelle con Giorgio Diritti, affiancano una lunga attività giornalistica su testate di divulgazione. In ogni pezzo rimane evidente il tentativo di coniugare ricerca culturale e impegno civile, con un occhio attento alle lingue e alle comunità locali.

Il racconto come metodo

Per Valla il racconto non è mero ornamento ma strumento di conoscenza: il suo lavoro dimostra che si comprende un territorio quando lo si attraversa con ritmo umano. L’idea del cammino come metodo emerge chiaramente nei suoi reportage, dove il passo lento permette di cogliere atmosfere, silenzi e tracce materiali della storia. Non si tratta di una ricostruzione fredda, ma di un’attenzione alle microstorie che i luoghi custodiscono. Il risultato è una narrazione che restituisce non solo informazioni, ma anche la temperie emotiva dei paesaggi e delle persone.

Cammini e ricerca

Un esempio emblematico è il lungo percorso lungo il fiume Don, ideato per incontrare memorie della presenza italiana nella seconda guerra mondiale: circa 330 chilometri camminati per restituire non solo dati storici ma sensazioni e residui di memoria nei villaggi. Qui il cammino era metodo e fine contemporaneamente: muoversi a piedi significava rispettare i tempi dei luoghi, lasciare che fossero essi a dettare il ritmo del racconto. Il risultato è un reportage che unisce storia, paesaggio e testimonianza in una sequenza che parla più al sentimento che alla catalogazione.

Sfide della montagna contemporanea

Le trasformazioni demografiche sono al centro delle sue riflessioni: lo spopolamento ha svuotato vallate intere togliendo servizi, relazioni e presenza quotidiana. Valla sintetizza la difficoltà con un’immagine semplice ma efficace: per capire la vita d’alta quota bisogna averne attraversato almeno tre inverni e averla vissuta con i bambini. La rinascita, secondo lui, non può essere solo estetica o turistica; richiede lavori stabili, filiere locali, servizi permanenti e proposte concrete poste con determinazione alla politica. La montagna non è una scenografia: è comunità, lavoro e cura del territorio.

Turismo, tradizione e natura

Il critico riguarda il turismo consumistico che riduce i luoghi a cartoline e le tradizioni a spettacolo. Le tradizioni per Valla devono restare vive: solo una tradizione viva continua a trasformarsi insieme alle persone che la praticano, mentre la rievocazione sterile svuota il senso originario. Anche la natura non va idealizzata: i boschi contemporanei sono spesso boscaglia e l’arrivo del lupo impone scelte concrete per bilanciare pastorizia, vita umana e conservazione. Il nodo vero è trovare equilibri pragmatichi che tengano conto di attività umane, coesistenza e gestione responsabile.

Comunicare per restare

Per Valla raccontare significa opporsi all’oblio: scrivere, filmare, documentare sono atti di responsabilità che fissano frammenti di tempo e possono diventare testimonianze per il futuro. Anche quando eventi internazionali come le Olimpiadi portano riflettori sulle valli, la sfida è saper trasformare l’attenzione in conoscenza culturale, non limitarsi a mostrare impianti o piste. I protagonisti del racconto devono essere gli abitanti, non gli ospiti stagionali. La comunicazione, allora, diventa strumento di permanenza: mantenere viva la memoria sociale è la premessa per immaginare progetti concreti di rinascita.

Il lascito di questa pratica è semplice e potente: la montagna si salva se viene abitata e raccontata con rispetto. La voce di figure come Fredo Valla ci ricorda di rallentare, di ascoltare e di mettere al centro le persone e le lingue che rendono i luoghi vivi. In un’epoca che privilegia l’effimero, la coerenza del racconto diventa risorsa. Raccontare non è pura visibilità: è costruire memoria, tessere relazioni e incidere sulle scelte future con proposte concrete e radicate nel quotidiano.

Scritto da Dr. Luca Ferretti

Alloggi e attività nelle Tre Cime – Alta Pusteria: consigli pratici per la vacanza