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Nel 1998, durante le Olimpiadi invernali di Nagano, un nuovo protagonista si affacciava sul palcoscenico: lo snowboard. La rivista canadese Maclean’s esprimeva preoccupazione per un shock culturale imminente, segnalando come questo sport, un tempo relegato ai margini, stesse per conquistare il grande pubblico. Con manovre eccentriche come Canadian Bacon e McTwist, i rider si presentavano con uno stile che mescolava il look dei corrieri urbani a un’aria ribelle, facendo sembrare persino gli sciatori più tradizionali all’antica.
Nonostante oggi il termine “shock culturale” possa sembrare eccessivo, all’epoca rifletteva l’essenza di un movimento che aveva preso piede tra i giovani. Ispirato dalle culture del surf e dello skateboarding, lo snowboard si presentava come un’alternativa audace e libera allo sci alpino, uno sport considerato più elitario e disciplinato. Secondo lo studioso Duncan Humphreys, mentre lo sci era sinonimo di tecnica e controllo, lo snowboard rappresentava la libertà, l’edonismo e, in parte, l’irresponsabilità.
Le origini dello snowboard
La storia dello snowboard affonda le radici negli anni Sessanta, quando un ingegnere statunitense, Sherman Poppen, ideò il snurfer. Questo strumento, considerato il progenitore della tavola moderna, univa le parole snow e surf, con l’intento di replicare l’esperienza del surf sulle nevi. Con il passare degli anni, la tavola evolse, diventando più larga e lunga, fino a dar vita allo snowboard che conosciamo oggi. L’entusiasmo per questa nuova disciplina si diffuse negli Stati Uniti già negli anni Ottanta, con competizioni che iniziarono a fiorire e la nascita della Federazione internazionale di snowboard nel 1989.
Le difficoltà iniziali
Nonostante la sua crescente popolarità, lo snowboard affrontò una dura opposizione. Fino alla metà degli anni Ottanta, molti centri sciistici statunitensi vietavano l’uso delle tavole, considerandole pericolose e inadeguate. La percezione comune era che i praticanti di snowboard fossero principalmente giovani indisciplinati, che saltavano le code e si vestivano in modo stravagante, contribuendo a un’immagine negativa dello sport. Inoltre, il timore era che gli snowboarder spendessero meno rispetto alle famiglie di sciatori, minando così l’economia dei centri sciistici.
Un cambiamento di paradigma
Questa visione, sebbene esagerata, rifletteva un’epoca in cui lo snowboard rappresentava una vera contro-cultura. I rider non solo cercavano di differenziarsi dagli sciatori, ma integravano influenze da stili di vita alternativi, spesso associati all’hip hop e al punk. In effetti, molti snowboarder venivano dallo skateboarding, e la loro passione si esprimeva anche attraverso l’abbigliamento, con capi larghi e tessuti non convenzionali, come flanella e denim, che si vedevano più nei video musicali che sulle piste da sci.
La cultura dei video e il linguaggio
Proprio come gli utenti di skateboard, anche gli snowboarder documentavano le loro acrobazie in video, con colonne sonore che spaziavano dal rap al rock. Questa cultura visiva e linguistica era fondamentale per costruire un’identità collettiva che si distaccava dai tradizionali sport invernali. Negli anni Novanta, lo snowboard cominciò a guadagnare un pubblico sempre più vasto, tanto che nel 1985 apparve persino in un film di James Bond, 007 – Bersaglio mobile, e nel 1998 fu finalmente accolto tra le discipline olimpiche.
Lo snowboard oggi
Negli ultimi vent’anni, lo snowboard ha smesso di essere una mera controcultura. Milioni di persone di ogni età praticano questo sport, e il suo costo ha raggiunto livelli simili a quelli dello sci alpino. Tuttavia, l’eco della sua origine ribelle persiste. Marchi come Vans continuano a celebrare la cultura snowboard con video nostalgici, richiamando l’estetica degli anni Novanta e mantenendo viva la fiamma di un’epoca che ha cambiato il volto degli sport invernali.