Scuola e identità: il francoprovenzale rinasce nelle valli alpine

I bambini di Ronco Canavese e Ceresole Reale imparano il francoprovenzale non come reperto, ma come lingua viva per mantenere il legame con il territorio

In alcune comunità alpine la lingua tradizionale non è più confinata ai ricordi: ritorna tra i banchi per essere parlata, cantata e vissuta. Nella Valle Orco questo esperimento è concreto. Il francoprovenzale, parlato soprattutto dagli anziani, viene reintrodotto nelle attività scolastiche per ricostituire quel passaggio generazionale che rischiava di interrompersi. Non si tratta di un’iniziativa accademica fine a se stessa, ma di un tentativo pratico di riportare in uso quotidiano parole e suoni che raccontano la storia del luogo.

Le scuole coinvolte sono quelle di Ronco Canavese e Ceresole Reale. A Ronco la classe conta quattordici alunni; a Ceresole gli iscritti sono due. Le attività non si limitano all’apprendimento del lessico: si usano canzoni, recite, filastrocche, indovinelli e interviste agli abitanti per far circolare la lingua nel contesto reale del paese. Il progetto è sostenuto dall’associazione Chambra d’Oc e coordinato dalla Città metropolitana di Torino, nel quadro della legge 482 del 1998 sulle minoranze linguistiche.

Perché la scuola è il luogo della rinascita

La scuola diventa qui un laboratorio di comunità: insegnare il francoprovenzale ai più piccoli serve a compiere un’operazione di cura dell’identità collettiva. Quando le voci che usano una parlata si riducono agli anziani, la lingua rischia di restare un patrimonio esclusivamente documentario. L’inserimento dell’idioma nelle attività quotidiane scolastiche vuole invertire questa tendenza, fornendo ai bambini gli strumenti per riconoscersi come appartenenti a un territorio. Questo approccio considera la lingua come strumento di relazione piuttosto che come mera materia teorica.

Metodi e pratiche didattiche

Le lezioni non sono frontali: puntano sull’oralità e sul gioco. A Ceresole il maestro Marco — artista, scultore e conoscitore profondo della cultura locale — utilizza storie, narrazioni e attività manuali per legare parola e paesaggio. A Ronco, il lavoro ha radici storiche che risalgono agli anni Ottanta, grazie all’intuizione della maestra Gabriella Stefano: oggi le insegnanti Marilena, Maura e Margherita proseguono con canti, recite e interviste in lingua. Queste pratiche favoriscono l’alfabetizzazione non solo linguistica ma anche culturale, trasformando ogni attività in occasione per restituire ai luoghi i loro nomi tradizionali.

Oltre la lingua: ricadute sulla comunità

Dietro il recupero linguistico si intravede un progetto più ampio di resilienza territoriale. Il recupero del francoprovenzale non è nostalgia, ma una strategia per rafforzare il senso di appartenenza e contrastare il declino demografico che caratterizza molte aree di montagna. Quando i bambini imparano le parole originarie dei loro paesi, si riattivano relazioni sociali e si rinsalda la memoria collettiva. In questo senso, la lingua svolge la funzione di cerniera culturale tra generazioni e tra persone e territorio.

Le istituzioni e la tutela

Il sostegno dell’associazione Chambra d’Oc e della Città metropolitana di Torino consente al progetto di inserirsi in un quadro normativo e operativo più ampio: la legge 482 del 1998 fornisce infatti strumenti per la tutela delle minoranze linguistiche. Tuttavia la conservazione normativa non basta: il punto è rendere la lingua praticabile nella vita quotidiana. Per questo il modello adottato privilegia attività esperienziali che coinvolgono famiglie, anziani e giovani, creando una rete che mantiene la lingua in uso.

Prospettive e riflessioni finali

Il percorso nelle aule di Ronco Canavese e Ceresole Reale mostra che anche poche persone possono avere un impatto significativo quando la pratica linguistica è integrata nella vita comunitaria. Lavorare con due o quattordici alunni non è un gesto simbolico ma una scelta concreta di resistenza culturale: la lingua torna a essere mezzo per raccontare il paesaggio, nominare gli oggetti e riconoscere i rapporti di generazione. Nel piccolo di queste classi si vede una risposta chiara alla domanda su che cosa resta quando una parlata scompare: la scuola offre, oggi, una possibile soluzione.

Scritto da Mariano Comotto

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