L’estate del 2026 il Corso di Alpinismo della scuola Giusto Gervasutti ha inserito nel programma una tappa al Monte Bianco con base al Rifugio Monzino. L’idea di tornare su quei prati ghiacciati evoca un passato ricco di scalate, amici e guide che hanno segnato il mio percorso, ma l’età avanzata e il mutare del clima rendono difficile ripetere le imprese di un tempo.
Il ricordo più vivido risale al 18 luglio 1964 quando, ancora giovane, raggiunsi il Monzino con Gian Carlo Ricompensa e altri due compagni. L’obiettivo era la via Ottoz-Hurzeler sulla parete sud dell’Aiguille Croux. La notte trascorsa nella storica Capanna Gamba custodita da Aldo Ollier, ha dato inizio a numerosi capitoli della mia vita alpina.
Il primo arrivo al Rifugio Monzino nel 1964
Quel primo soggiorno fu segnato dalla scoperta di una struttura “viva”, dove tre sopravvissuti della tragedia del Pilone Centrale del Frêney del 1961 trovarono rifugio. La capanna, posta poco più in alto del futuro Monzino, fu demolita dopo la costruzione dell’attuale rifugio nel 1965. La presenza di queste storie conferì al luogo un’aura di rispetto e di memoria collettiva.
La capanna Gamba e le prime guide
Oltre a Aldo Ollier, la zona era frequentata da guide leggendarie come Manlio Motto e Arturo Ottoz. Le loro vie, da Père Eternel (primo scalatore del 7 agosto 1927) alla parete est della Tour des Jorasses (10 agosto 1956), hanno definito lo standard dell’alpinismo sulle creste del Monte Bianco.
Le vie classiche dell’Aiguille Croux e i ritorni successivi
Dopo la prima avventura, tornai più volte sul massiccio. Nel 1976 dodici anni dopo la prima scalata, ripetetti la via Ottoz-Hurzeler con Pietro Giglio, partendo dal Monzino per affrontare il Ghiacciaio del Frêney e attraversare la Brogliatta. Il paesaggio era ancora coperto da neve abbondante, testimonianza dell’estate rigida di quell’anno.
La ripetizione della via Ottoz-Hurzeler (1976)
Il percorso, privo di schemi tecnici, si rivelò impegnativo ma estremamente gratificante: le pareti dell’Aiguille Croux offrivano una vista mozzafiato e la sensazione di essere sospesi tra roccia e ghiaccio. In vetta, la decisione di non rimpiangere la via Boccalatte-Gervasutti al Picco Gugliermina fu condivisa da tutti.
Le avventure di 1972 e 1973 su Gugliermina e Blanche
Il 11 agosto 1972 fu dedicato alla via Boccalatte-Gervasutti sul Picco Gugliermina, in compagnia di Ennio Cristiano. Durante la discesa, una forte pioggia costrinse a rinunciare alla cima e a risalire sul Frêney. L’anno successivo, il 9 agosto 1973 Roberto Bianco ed io scalammo la parete nord dell’Aiguille Blanche de Peutérey, sfuggendo per pochi minuti a una caduta di seracchi. La discesa fu possibile grazie all’aiuto della guida Franco Garda, custode del Monzino.
Il cambiamento delle Alpi e gli ultimi ricordi
Negli anni ’80, la crisi climatica iniziò a trasformare il volto dell’alta montagna. Le goulottes scomparse e i frequenti crolli di ghiaccio rendevano le vecchie vie meno sicure. Il agosto 1980 vissuto con Flaviano Bessone, Isidoro Meneghin e Mario Pelizzaro al Pilastro Rosso di Brouillard rappresentò l’ultima grande impresa su quella parete, culminata con la prima notte in vetta sotto una luna piena.
Le sfide del Pilastro Rosso di Brouillard (1980)
Il percorso, aperto da Bonatti e Oggioni quattordici anni prima, era stato scalato solo due volte. Con la guida Franco Garda a coordinarci, affrontammo il tratto in condizioni meteorologiche avverse, ma riuscimmo a raggiungere la cima del Monte Bianco alle nove del mattino, dopo 33 ore di sforzo continuo.
Ritorni al Monzino negli anni ’80
Nel luglio 1985 insieme a Franco Ribetti e Claudio Sant’Unione, ripetemmo la via Gervasutti e Boccalatte sul Picco Gugliermina. Nonostante le difficoltà, la scalata fu rapida e senza incidenti, dimostrando che l’esperienza accumulata negli anni era ancora preziosa. Tuttavia, la visione di un Monte Bianco ormai “spoglio” di neve mi ha convinto a conservare queste memorie nelle foto e nei racconti, piuttosto che rischiare ulteriori ascensioni.
Riflettendo su tutti questi episodi, emergono due temi ricorrenti: la passione per l’alpinismo e la consapevolezza che le montagne cambiano. Ogni vetta, ogni guida e ogni giorno di maltempo hanno contribuito a formare la mia visione delle Alpi, un panorama che continua a mutare ma che rimane impresso nella memoria come un eterno Amarcord.



