Perché lo smart working non è la panacea che ci hanno venduto

So che non è popolare dirlo, ma lo smart working non ha risolto tutto: lavoro più lungo, isolamento e costi nascosti stanno cambiando il gioco

Il mito dello smart working che ci ha fregati
Smart working è stato presentato come la soluzione definitiva ai problemi del lavoro moderno: maggiore libertà, più produttività e meno traffico. Tuttavia, la realtà mostra contraddizioni significative e costi nascosti. Questo articolo espone le criticità emerse dalle pratiche aziendali e dai dati disponibili, offrendo elementi utili per una valutazione più equilibrata.

1. Il luogo comune e la sua seduzione

La narrativa dominante ha trasformato lo smart working in un modello idealizzato. Aziende e media hanno proposto immagini di dipendenti felici che lavorano da casa, risparmi per le imprese e città più vivibili. Tale rappresentazione ha favorito un’adozione rapida senza un’adeguata valutazione dei rischi organizzativi e sociali.

2. Fatti e statistiche scomode

Fatti e statistiche scomode confermano una lettura critica delle trasformazioni del lavoro. Studi recenti indicano che, a parità di mansione, la produttività media non è aumentata in modo significativo. In alcuni segmenti produttivi la performance è diminuita del 5-10%.

Parallelamente, i dati segnalano un incremento delle ore lavorative settimanali fino al 20% per una quota significativa di occupati. Ne deriva uno sfasamento tra tempo impiegato e produttività reale, con più tempo dedicato al lavoro senza corrispondente rendimento aggiuntivo.

La transizione digitale ha inoltre generato costi indiretti trasferiti sui lavoratori. Le aziende riducono i costi degli spazi, ma aumentano le spese domestiche per energia, connettività e arredamento. Un’analisi economica quantifica per alcune famiglie fino a 600 euro l’anno di oneri aggiuntivi legati al lavoro da remoto. Il fenomeno presenta anche conseguenze socio‑lavorative: isolamento, aumento del rischio di burnout e difficoltà nei percorsi di formazione e tutoraggio per i lavoratori più giovani.

3. Analisi controcorrente

Diciamoci la verità: la narrativa dominante sottolinea i benefici ambientali dello smart working, come la riduzione degli spostamenti e delle emissioni. Tuttavia, tali vantaggi non sono automatici. Se lo lavoro da remoto induce trasferimenti verso periferie o case più grandi, o aumenta l’uso dell’auto per attività quotidiane, una parte significativa dell’impatto positivo si annulla.

In ambito professionale, il minor contatto in presenza riduce le occasioni informali di apprendimento e la visibilità su progetti strategici. Questo fenomeno pesa soprattutto sui lavoratori all’inizio della carriera, che rischiano di perdere opportunità di mentoring e avanzamento.

Dal lato delle imprese, l’adozione diffusa dello smart working è talvolta associata a una riorganizzazione dei costi. Alcune aziende utilizzano il lavoro remoto per comprimere i salari reali o per posticipare investimenti in welfare e sicurezza sul lavoro. Le promesse di maggiore benessere possono dunque mascherare riduzioni strutturali dei diritti e delle tutele.

Il nodo centrale riguarda la distribuzione dei benefici: non è scontato che il lavoratore medio sia il principale beneficiario della trasformazione. Le analisi devono pertanto considerare effetti spaziali, dinamiche di carriera e scelte aziendali per valutare l’impatto complessivo dello smart working.

4. Conclusione che disturba ma fa riflettere

La realtà è meno politically correct: lo smart working non è né un tabù né una panacea. È uno strumento funzionale solo se accompagnato da norme chiare, dal ristoro dei costi trasferiti sul lavoratore e da una riorganizzazione delle dinamiche formative e relazionali nelle imprese. Continuare a presentarlo come soluzione universale risulta inopportuno dal punto di vista occupazionale e organizzativo.

5. Invito al pensiero critico

Il re è nudo: servono numeri trasparenti sulle performance, sui costi e sugli impatti sociali. Aziende, rappresentanze sindacali e istituzioni sono chiamate a definire policy che tutelino diritti, prevedano compensazioni economiche e garantiscano percorsi di carriera anche per chi opera a distanza. Allo stesso tempo occorre ripensare i percorsi formativi per preservare le competenze e il capitale relazionale interno.

Il futuro del lavoro non sarà deciso dalle mode, ma da chi saprà trasformare il dibattito in regole vere. La trasformazione potrà assumere caratteristiche efficaci solo se tradotta in norme condivise e verificabili, con indicatori pubblici di monitoraggio e strumenti di controllo sindacale e istituzionale.

Scritto da Max Torriani

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