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Con l’avvicinarsi dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, l’attenzione si intensifica su un evento che non è solo una competizione sportiva, ma una celebrazione di culture e tradizioni. Dalle suggestive vette innevate dove si svolgono le gare, ogni edizione olimpica porta con sé un fascino unico, e le mascotte rappresentano un elemento fondamentale nell’identità di questi giochi.
Fin dalla loro introduzione nel 1924 a Chamonix, le mascotte hanno assunto un ruolo distintivo, fungendo da simboli che incarnano i valori olimpici e la cultura locale. Con il passare degli anni, queste figure hanno evoluto il loro significato, diventando icone riconoscibili e amichevoli per atleti e spettatori.
Le origini delle mascotte olimpiche invernali
La prima mascotte ufficiale dei Giochi Olimpici Invernali è stata Schuss, un personaggio disegnato da Aline Lafargue per le Olimpiadi di Grenoble nel 1968. Questo omino, con la sua testa rossa e bianca e il corpo blu zigzagante, ha segnato l’inizio di una tradizione che continua fino ad oggi. Nonostante la sua semplicità, Schuss rappresentava un concetto importante: la velocità e l’eccitazione delle discese sugli sci.
Le mascotte nei decenni successivi
Nel 1972, a Sapporo, appare Takuchan, un orso tibetano che, sebbene non ufficialmente riconosciuto dal Comitato Olimpico, ha catturato l’immaginazione del pubblico. Il successo delle mascotte è cresciuto con il tempo, portando alla creazione di Schneemandl a Innsbruck nel 1976, un pupazzo di neve che si è guadagnato il cuore degli spettatori, e di Roni, un procione simbolo di Lake Placid nel 1980, legato alle tradizioni locali.
Un’evoluzione creativa: mascotte iconiche e significative
Ogni edizione olimpica ha visto la nascita di mascotte che riflettono il contesto culturale e naturale della regione ospitante. A Calgary nel 1988, i fratelli Hidy e Howdy hanno rappresentato l’ospitalità canadese, mentre Magique, la mascotte di Albertville nel 1992, ha introdotto un nuovo concetto con il suo design stilizzato a forma di stella, evocando sogni e aspirazioni.
La mascotte come simbolo di inclusività
Nel 1998, a Nagano, il quartetto di gufi Snowlets ha rappresentato i quattro elementi naturali, dimostrando che le mascotte possono anche veicolare messaggi più profondi. Questa idea è continuata con Powder, Copper e Coal a Salt Lake City nel 2002, dove ogni animale richiamava le risorse naturali e la fauna locale. Con il tempo, le mascotte sono diventate simboli di inclusività, come dimostrato da Sondre, il troll con una gamba amputata, presente alle Olimpiadi di Lillehammer nel 1994.
Negli anni recenti, le mascotte hanno continuato a evolversi. Soohorang, la tigre bianca delle Olimpiadi di Pyeongchang nel 2018, e Bing Dwen Dwen, il panda delle Olimpiadi di Pechino 2026, sono esempi di come questi simboli possano incorporare elementi culturali e storici, rendendo ogni edizione unica e memorabile.
Infine, le due mascotte di Milano Cortina, Tina e Milo, rappresentano un ritorno alle radici con un tocco di modernità, promettendo di coinvolgere anche le nuove generazioni. Con l’introduzione di questi personaggi, i giochi di Milano Cortina stanno già iniziando a costruire la loro identità, pronta a essere celebrata in tutto il mondo.