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La morte di Pietro Zantonini, un vigilante di 55 anni, avvenuta l’8 gennaio 2026 nel cantiere del palazzetto del ghiaccio di Cortina d’Ampezzo, ha messo in luce le drammatiche condizioni di lavoro legate ai preparativi per i Giochi Olimpici Invernali. L’uomo è stato trovato nel suo gabbiotto, una struttura precaria riscaldata solo da una stufa, mentre le temperature scendevano ben al di sotto dello zero.
Il caso di Zantonini è emblematico di una realtà più ampia, quella di lavoratori costretti a sobbarcarsi turni massacranti e stipendi insufficienti, il tutto per contribuire a un evento che promette gloria e prestigio ma che, al contempo, mette in pericolo vite umane. La sua storia solleva interrogativi urgenti sulla trasparenza finanziaria e sulla sicurezza nei cantieri olimpici.
Le condizioni di lavoro nei cantieri olimpici
Il lavoro di Zantonini era caratterizzato da un contratto precario, già rinnovato, ma destinato a scadere a pochi giorni dall’inizio dei Giochi. Secondo le testimonianze, egli affrontava turni notturni di dodici ore, con una retribuzione che non superava i 5 euro l’ora. Questi contratti, spesso temporanei e instabili, sono una realtà per molti lavoratori impiegati nei progetti olimpici.
Un sistema di appalti problematico
Il sistema di appalti e subappalti, che caratterizza la realizzazione delle infrastrutture olimpiche, ha portato a una scarsa responsabilità da parte delle aziende. Infatti, i costi delle opere sono lievitati da 1 miliardo a 3,4 miliardi di euro, senza che ci sia stata una comunicazione chiara riguardo ai fondi e ai lavori in corso. La Confcommercio di Milano ha stimato che il costo della manodopera è aumentato del 40% a causa dell’innalzamento delle materie prime.
Il costo umano di Milano Cortina 2026
La morte di Zantonini non è un caso isolato, ma piuttosto la punta di un iceberg che evidenzia la precarietà del lavoro in Italia. La sua storia rappresenta la lotta di molti che, come lui, devono affrontare condizioni di lavoro inaccettabili per portare a casa un salario. Nonostante i continui annunci di progresso nelle opere olimpiche, la realtà è che la sicurezza e i diritti dei lavoratori sono relegati a un ruolo secondario.
La questione dei diritti umani
I diritti dei lavoratori devono essere una priorità nei preparativi per eventi di tale portata. La richiesta di maggiore sicurezza e di condizioni di lavoro dignitose è fondamentale. Tuttavia, la mancanza di trasparenza sulle spese e sui diritti dei lavoratori è preoccupante. L’87% dei fondi destinati alle opere olimpiche è assimilabile a progetti di legacy, che non hanno nulla a che fare con le gare, ma riguardano infrastrutture che verranno completate solo nel 2033.
La vicenda di Pietro Zantonini deve servire da monito. Non è accettabile che il spirito olimpico si traduca in sacrifici umani. È essenziale che le autorità competenti facciano chiarezza sui costi reali, sulle condizioni di lavoro e che garantiscano un futuro migliore per coloro che si dedicano a costruire le infrastrutture del nostro paese.