Era l’ultimo giorno di marzo del 1997 quando, dopo una serie di gite sci alpinistiche e fuoripista, mi trovavo finalmente a casa senza programmi particolari. Le condizioni della neve erano state eccezionali, permettendomi di godere di 25 giorni consecutivi di sci ininterrotto. Ero soddisfatto e appagato, ma soprattutto felice di poter finalmente riposare.
Mentre gustavo la colazione, osservando gli sciatori che sfrecciavano sulla pista, il telefono squillò. Una chiamata inaspettata che avrebbe cambiato il corso della mia giornata. Un uomo mi chiese di organizzare una gita sciistica fuoripista per festeggiare il compleanno della figlia 25enne. Tutti ottimi sciatori, mi assicurò. La destinazione? La Val Setusuna discesa che, a quanto pare, aveva una fama straordinaria.
La chiamata inaspettata e la decisione improvvisa
La richiesta era di partire immediatamente, tra soli 10 minuti, presso la scuola di sci. La mia iniziale perplessità fu subito sostituita dall’entusiasmo professionale. Accettai, nonostante i dubbi sull’uso dell’elicottero per raggiungere la destinazione. Non ero un grande fan dell’eliskima vedevo in questa occasione un’opportunità di lavoro facile e redditizia.
Chiamai Paolo, il pilota dell’elicottero, che mi disse di essere disponibile a portarci nei pressi del Rifugio Cavazza al Pisciadùa 2585 metri di altitudine, nel cuore del versante settentrionale del Sella. La Val Setus si origina da lì, un canalone profondo e spettacolare che si insinua tra alte pareti rocciose. La sua inclinazione sfiora i 45 gradi, e il punto più stretto tra le rocce misura circa 5 metri di larghezza, rendendola una discesa impegnativa ma non estrema.
L’arrivo in elicottero e i primi problemi
Quando arrivammo, notai subito che i miei clienti non erano attrezzati per l’escursione. La loro goffaggine e la mancanza di esperienza erano evidenti. Decisi di prendere con me un cordino da 7mm di diametro, convinto che non sarebbe servito. Mi sbagliavo.
L’elicottero ci depositò nel luogo previsto, affondando nella neve. Dovetti spiegare ai miei clienti di strisciare sulla neve per evitare di essere colpiti dal rotore. La tensione era palpabile, ma l’euforia del compleanno e del volo in elicottero li rendeva euforici. La neve, ancora ghiacciata dal gelo notturno, rendeva la discesa pericolosa. Le nuvole, schermando il sole, impedivano la fusione dello strato superficiale della neve, rendendola ancora più ghiacciata.
La discesa pericolosa e l’uso della corda
Iniziai a stringere la durezza di sgancio degli attacchi da pista dei miei clienti, spiegando loro che in caso di caduta, gli sci ai piedi avrebbero potuto causare gravi lesioni. La neve non mollava, e dovemmo aspettare che diventasse un po’ più cedevole. Quando finalmente partimmo, la tensione era alta. Usai il cordino per legare i miei clienti in modo da poterli guidare in sicurezza lungo la discesa.
La discesa fu un’odissea. I miei clienti erano sfiniti e spaventati, ma alla fine riuscimmo a raggiungere la pista battuta. Fu un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Quando tornai a casa, mi sprofondai nel divano suonando la chitarra, accompagnandomi con un fischio, la colonna sonora del film Per un Pugno di Dollari di Morricone.
Le riflessioni finali e le lezioni apprese
Parlando con il proprietario del loro hotel qualche giorno dopo, scoprii che gli amici che gli avevano consigliato la Val Setus erano dei ricchi bolzanini scatenati che passavano l’inverno a sciare fuoripista dal Canada all’Alaska e al Caucaso. Capii tante cose che già avevo intuito dall’inizio di quella giornata.
Quella gita sciistica improvvisata mi insegnò l’importanza della preparazione e dell’esperienza. Da allora, ho deciso di rinunciare a lavorare utilizzando gli impianti di risalita, preferendo le gite sci alpinistiche con gli amici o in famiglia. Oggi, sono una guida alpina e cerco di mettere in guardia i giovani appassionati sui rischi che questa meravigliosa attività comporta.



