Crisi degli impianti sciistici e vie di riconversione per la montagna

Il rapporto Nevediversa mette in luce numeri, esempi locali come Monte Bondone e Valsavarenche e le proposte del CAI per un futuro meno dipendente dalla neve artificiale

Il panorama degli sport invernali in Italia si confronta con una trasformazione che non è solo meteorologica ma anche economica e sociale. Il dossier Nevediversa 2026 documenta come la rete degli impianti sciistici stia riducendosi: rispetto al 2026 risultano esserci +8 impianti dismessi, con centinaia di strutture in difficoltà o già abbandonate. Questo cambiamento obbliga amministrazioni, operatori e comunità locali a ripensare la funzione della montagna oltre la sola stagione della neve.

Accanto ai numeri emergono scenari concreti: aree bonificate dopo lo smantellamento di funivie, progetti che convertono stazioni in poli culturali e casi di «accanimento terapeutico» in cui gli impianti sopravvivono solo grazie a ingenti investimenti pubblici. Le scelte fatte oggi determineranno il profilo dei territori montani per decenni.

Numeri e risvolti ambientali

Il quadro nazionale è dettagliato e preoccupante: sono censiti 273 impianti dismessi, 106 chiusi temporaneamente, 98 in una condizione mista di apertura e chiusura e 231 catalogati come in accanimento terapeutico. Sul fronte delle infrastrutture per l’innevamento, il censimento parla di 169 bacini artificiali: un volume d’acqua tale da poter immaginare l’equivalente di circa 35 grattacieli alti 300 metri. Questa enorme impronta idrica ed energetica solleva dubbi sulla sostenibilità a lungo termine del modello di montagna basato esclusivamente sullo sci alpino.

Il paradosso della neve artificiale

La dipendenza dall’innevamento artificiale è diventata una vera e propria strategia di sopravvivenza per molte stazioni: il costo ambientale e finanziario è elevato e spesso sostenuto con fondi pubblici. In Trentino, ad esempio, la stagione 2026-2026 ha registrato un deficit di neve naturale molto significativo (il dossier segnala un -67% nel bacino dell’Adige) e sul Monte Bondone si è ricorsi al trasporto con elicottero della neve artificiale, effettuando 40 voli per coprire solo parte delle piste. Nel contesto degli investimenti pubblici vanno inoltre ricordate le piccole e grandi opere legate alle Olimpiadi di Milano-cortina 2026, il cui piano infrastrutturale ha sollevato interrogativi sulla reale legacy per i territori montani.

Smantellamenti e tentativi di riuso

Lo smantellamento non è solo perdita: dove eseguito con criterio può aprire possibilità di recupero ambientale e nuove destinazioni d’uso. Sono stati conteggiati finora 37 interventi di demolizione o riconversione, con 6 casi aggiunti nell’ultimo anno. In Valle d’Aosta l’area Orsia-Bedemie è un esempio di bonifica successiva alla rimozione di una seggiovia; il caso di Valsavarenche documenta una decisione presa per costi di gestione elevati e scarso ritorno economico: la seggiovia Tihe-Payel, rinnovata nel 2008, è stata dismessa dopo fasi di vendita e acquisizione che nel 2026 hanno portato allo smantellamento e alla riqualificazione del sito all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

Esempi di intervento e progetti locali

Altre esperienze mostrano percorsi differenti: il comune di Oltre il Colle, in Lombardia, ha avviato un progetto finanziato per oltre mezzo milione di euro (validato nel 2026) che prevede la trasformazione della stazione sciistica in museo e la demolizione di strutture obsolete per costruire un polo polivalente di accoglienza. A Sella Nevea si è assistito allo smantellamento dello Stadio dello Slalom e alla progressiva colonizzazione naturale della pista, con parallele proposte di recupero parziale e la realizzazione di una nuova seggiovia ri-localizzata a monte.

Prospettive e proposte per il futuro

Di fronte a queste dinamiche, associazioni e operatori propongono alternative concrete. Il CAI, rappresentato anche da figure territoriali come Mario Vaccarella, non demonizza lo sci alpino ma suggerisce di valorizzare attività alternative come lo scialpinismo, il trekking e forme di turismo lento che richiedono minori infrastrutture e impatti. Ci sono già casi virtuosi — come Garessio 2000 — che hanno scelto di rinunciare a grandi invasi per puntare su una stagione più lunga e su servizi fruibili tutto l’anno, inclusi progetti di accessibilità per persone con disabilità.

La sfida è duplice: ridurre l’impatto dell’innevamento artificiale e valorizzare gli edifici sospesi rimasti in eredità, immaginando riusi sostenibili. Politiche pubbliche mirate, trasferimenti di fondi dalla gestione neve verso la riconversione e il sostegno a modelli turistici alternativi possono ridisegnare il futuro della montagna italiana. Il tempo per questa transizione è limitato, ma le scelte compiute ora possono evitare nuovi abbandoni e trasformare le difficoltà in opportunità di rigenerazione.

Scritto da Max Torriani

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